Truffe online tra ingenuità ed avidità

Oggi vorrei raccontarvi una storia su più livelli partendo da un passato abbastanza lontano per arrivare alla stretta attualità. Il tema di questo racconto sono le truffe online, o meglio gli schemi utilizzati per perpetrarle e gli errori sistemici che spesso commette chi ne è vittima.

La nostra vicenda inizia nell’informaticamente lontano maggio del 2006; se avrete la pazienza di seguirmi fino in fondo vi spiegherò anche come sia riemerso nella mia testa questo inconsueto ricordo. La diffusione di massa di Internet in Italia è nella sua prima fase, l’approccio degli utenti oscilla tra il misticismo e l’entusiasmo, l’informazione però è ancora largamente cartacea [1]. Computer Idea (nulla a che vedere con l’omonima attuale) era una delle tante pubblicazioni del periodo che aveva però il grande merito di sapersi far amare. Mi rendo conto della evanescenza di questa definizione, ma ci sono cose che non sempre si possono formalizzare. Senza contare che questo post si annuncia già abbastanza lungo anche senza entrare nel sentimentale. Seguendo le tendenze del momento, la rivista si era dotata di due blog online, uno di taglio generico e l’altro -chiamato Attenti al lupo– dedicato ai temi della sicurezza in rete e curato dal direttore Maselli. In quel maggio un post apparentemente di puro contenuto informativo scatenò una discussione-monstre che vide l’accumularsi di centinaia di commenti e che si protrasse incredibilmente per molti mesi [2]. L’articolo metteva in guardia dal proliferare di siti truffaldini o comunque inaffidabili che cavalcavano il falso mito dei prodotti di marca venduti direttamente dai terzisti asiatici e dunque incredibilmente convenienti.

Incredibile è proprio la parola chiave di tutto il discorso. Il più classico degli adagi di Internet è che se qualcosa è troppo bello per essere vero, allora semplicemente non è vero. Vale oggi quanto nel 2006. Ciò tuttavia non ha impedito a migliaia di persone di cadere nella trappola e perdere somme di denaro a volte modeste ed altre invece piuttosto cospicue. La singolarità di quel post, come accennato, sta tutta nei commenti. Dapprima emerge soprattutto l’ingenuità e la buona fede di molti utenti che semplicemente non si accorsero delle molte anomalie messe assieme da questi siti truffa (prezzi illogici, contatti evanescenti, metodi di pagamento insicuri, logiche spammatorie, etc.). Moltissime furono anche le richieste di persone che da sole non si sentivano in grado di valutare la serietà di un ecommerce o cercavano una soluzione per recuperare il denaro perso. Poi però lentamente emersero altri profili probabilmente minoritari ma fortemente rappresentativi di un mondo variegato in cui ciascuno si auto-convince di poter essere più astuto degli altri e di poter trarre un vantaggio dalla situazione (oggi definiremmo queste persone vittime dell’effetto Dunning-Kruger, ma nel 2006 eravamo tutti molto più carenti di terminologia spiccia…):

  • C’erano quelli convinti che grossisti cinesi di marchi famosi dovessero esistere per forza e che tutto stava nel trovarne l’indirizzo. Riconoscibili perché continuavano a chiedere ossessivamente il controllo di nuovi siti in cui si erano imbattuti nelle loro ricerche.
  • C’erano quelli che giustificavano il loro interesse verso questi siti con la necessità di risparmiare, salvo poi lanciarsi in acquisti stock da 10 pezzi per i quali spendevano cifre assurde. Gli stessi che poi nella maggior parte dei casi perdevano tutto il malloppo o si ritrovavano con paccottiglia inutile che del prodotto cercato aveva al più la sembianza estetica.
  • C’erano quelli convinti che i terzisti di un marchio celebre avessero la possibilità di vendere in proprio una parte della produzione, o addirittura di produrre repliche di prodotti di cui ormai conoscevano le caratteristiche. E che poi si stupivano se i loro acquisti finivano bloccati in dogana.
  • C’erano quelli che si lanciavano in lunghe filippiche sull’etica della contraffazione immaginando poveri artigiani impegnati a portare il pane a casa e non vere e proprie organizzazioni criminali che -semmai- l’artigiano asiatico lo sfruttavano a loro volta.
  • C’erano quelli talmente fissati con marchi e modelli precisi da accettare di buon grado l’evidenza che si trattasse di prodotti contraffatti e preoccupati solo che la merce acquistata arrivasse davvero e superasse indenne i controlli doganali.
  • C’erano quelli un po’ frustrati dal non venire a capo della situazione che invocavano la realizzazione di una lista di negozi fidati in cui comprare a buon prezzo. Gente che in sostanza chiedeva un elenco verificato di criminali affidabili
  • C’erano gli immancabili filosofi della guerra di classe che riconducevano tutto alla lotta contro le multinazionali brutte e cattive (dimenticando volutamente che esistono aziende che producono buoni prodotti senza i ricarichi dei marchi più noti, ma che inevitabilmente non destano lo stesso interesse perché assai meno modaioli).
  • C’erano anche quelli che in tutto ciò cercavano il tornaconto personale, convinti di poter acquistare prodotti di marca ad un terzo del loro valore per poi rivenderli a prezzi quasi normali e trattenere per se la differenza. A volte talmente spacciati da difendere ad oltranza l’indifendibile posizione in cui si mettevano.
  • E c’erano infine anche i più teneri della cucciolata, quelli che pensavano che un link sponsorizzato in Google fosse una sorta di sito raccomandato e certificato da Google e dunque non si rassegnavano all’idea che lo stesso fosse classificato come pericoloso.

Facciamo ora un lungo balzo temporale e portiamoci al 2021/2022. Per le complesse ragioni geopolitiche che credo tutti ricorderete, in questo periodo molti prodotti subirono un vorticoso aumento dei prezzi. Tra questi c’era anche il pellet il cui prezzo andò vicino al raddoppio in pochi mesi. Una seconda grande verità della rete è che se si può trarre vantaggio dalla difficoltà altrui, qualcuno sicuramente proverà a farlo. Accade sistematicamente ogni qualvolta una catastrofe naturale devasta qualche parte del mondo, accade quando emerge una qualsiasi difficoltà diffusa, accade sistematicamente quando un gruppo sufficientemente grande di persone è vulnerabile in qualche modo. Accadde anche con il pellet [3] in Italia. Lo schema della truffa è incredibilmente simile a quanto descritto sopra: Finti siti di vendita online che spuntavano come funghi; tutti caratterizzati da prezzi insostenibili, tutti realizzati con i medesimi template, tutti ottimamente indicizzati dai motori di ricerca. Certo rispetto al 2006 alcune cose erano diverse. La semplicità con cui oggi possiamo verificare una partita IVA o visualizzare un certo indirizzo fanno si che alcuni dettagli debbano essere più curati. Si trovavano ad esempio siti che inserivano come partita IVA e come recapito quelli di una attività legittima che ovviamente era all’oscuro di tutto e magari finiva anche subissata dalle proteste delle vittime della truffa.

D’altro canto però anche i sintomi della truffa erano evidenti. Se avete un’idea di come funzioni il pellet, sapete che si vende in pesanti sacchi da 15 kg e di solito si acquista in “pedane” da 50 a 100 sacchi. A livello logistico è quindi prodotto di prossimità ed è irragionevole pensare che un’azienda che sta a migliaia di chilometri possa consegnare a domicilio senza rimetterci. Allo stesso tempo la procedura di acquisto avrebbe dovuto far scattare più di qualche dubbio. Tutto semplicissimo finché si trattava di riempire il carrello, poi nelle fasi finali la richiesta di molti dati personali a precedere una procedura di pagamento insolitamente complicata che richiedeva quasi sempre il pagamento tramite bonifico bancario su banche estere. Un classico intramontabile.

Arrivati fin qui credo mi resti solo da svelarvi il perché di queste due storie. Un paio di mesi fa, casualmente ancora nel mese di maggio, una inchiesta [4] del quotidiano britannico Guardian, del tedesco Die Zeit e del francese Le Monde ha fatto emergere una rete di 76.000 finti negozi online nelle cui maglie sarebbero caduti almeno 800.000 utenti dall’Europa e dagli Stati Uniti. La truffa sarebbe avvenuta a vari livelli sia con la sottrazione di denaro sia con il furto di dati personali. Secondo l’inchiesta anche questa rete ricalca alla perfezione gli stereotipi di cui abbiamo parlato finora: venditori asiatici che trattano marchi del lusso o prodotti di fascia alta proposti a prezzi ridicolmente inferiori al valore di mercato. Di inedito c’è il fatto di aggredire direttamente i dati finanziari e di fare del furto di informazioni personali una sorta di business parallelo.

Dettagli a parte, lo schema si ripete. Ingenuità ed avidità restano grimaldelli straordinariamente efficaci per entrare nel privato delle persone fino a convincerle a cedere codici di carte di credito ed anagrafiche complete. Gli stessi dati che cercheremmo di proteggere adeguatamente in un contesto razionale che diventano una merce sacrificabile rispetto all’occasione di una vita [5].

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1. Per voi “giovinastri” là fuori, è esistito un tempo in cui le notizie si leggevano su strani supporti di carta che andavano acquistati in altrettanto strane strutture chiamate “edicole” sparse per la città, spesso direttamente sui marciapiedi. Dovesse capitarvi di alzare lo sguardo dallo schermo del vostro smartphone, potreste persino ancora trovarne alcune funzionanti attorno a voi ~ 2. Il post intitolato Torna la minaccia dei “negozi-truffa”, non è più online da molto tempo, ma chi volesse farsi un’idea propria può recuperarne una copia abbastanza completa dalla Wayback Machine di Internet Archive ~ 3. Si veda questo articolo della Polizia Postale ~ 4. Si veda Chinese network behind one of world’s ‘largest online scams’ ~ 5. Se avete visto Shrek e vissero felici e contenti, sapete di che parlo 🙂